Il Roero è la faccia dimenticata delle Langhe. Separato dal territorio del Barolo e del Barbaresco solo dal Tanaro — il fiume che scende dall'Appennino e taglia la pianura prima di buttarsi nel Po — il Roero guarda le Langhe dall'altra sponda e ha tutto quello che le Langhe hanno: colline, vigneti, borghi medievali, cucina di territorio. Con la differenza che nessuno lo fotografa su Instagram, i ristoranti non esauriscono i tavoli con mesi di anticipo, e i prezzi del vino e dell'ospitalità sono spesso il 20-30% inferiori rispetto alla sponda cuneese del Tanaro.

Il Roero produce vini di altissima qualità che le Langhe non fanno: l'Arneis — il vitigno bianco autoctono, quasi scomparso negli anni Settanta e riportato in vita dai produttori locali — e il Roero DOCG rosso, fatto con Nebbiolo (lo stesso vitigno del Barolo) ma su suoli sabbioso-calcarei che danno vini più leggeri e profumati. E ha castelli medievali in numero proporzionale alla sua storia: il Marchesato di Saluzzo e i Savoia si sono contesi questo territorio per secoli, lasciando una traccia di fortezze, torri, borghi arroccati che il turismo non ha ancora trasformato in attrazioni patinate.