Rubrica · Piemonte Nascosto
Puntata 21 di 62

Il Cioccolato Salato: il Civet, la Lepre e L'Ultima Bottega che Taglia

Torino e Langhe (CN) — tradizione del cacao in cucina piemontese
Il Cioccolato Salato: il Civet, la Lepre e L'Ultima Bottega che Taglia

In Piemonte il cioccolato non è finito sempre e solo nei dolci. Da secoli la cucina di cacciagione delle Langhe usa il cacao come una vera spezia da intingolo, capace di addensare, ammorbidire l'amaro e regalare profondità ai sughi più scuri. E mentre la cucina salata riscopre il cioccolato, a Torino sopravvive — sempre più rara — la gestualità manuale che ha reso il gianduiotto il primo cioccolatino incartato della storia.

ANEDDOTO 1 — IL CIVET: QUANDO IL CIOCCOLATO SOSTITUISCE IL SANGUE

Il civet (in piemontese "sivé") è una delle preparazioni più antiche della cucina di cacciagione piemontese: lepre, cinghiale, capriolo o daino, dopo una lunga frollatura, vengono marinati per una notte intera nel vino rosso insieme a sedano, carota, cipolla, alloro, chiodi di garofano e bacche di ginepro, poi cotti lentamente in umido. La parola deriva dal francese "cive", l'antico nome della cipolla, ingrediente base sia del soffritto sia della marinata. Nella ricetta più antica e ormai rarissima, la salsa veniva legata con il sangue e il fegato tritato dell'animale stesso, raccolti al momento della macellazione — una tecnica oggi quasi impossibile da praticare, vista la difficoltà di reperire selvaggina appena cacciata con sangue ancora disponibile. È qui che entra in scena il cioccolato fondente: aggiunto a pezzetti negli ultimi minuti di cottura, scioglie nel sugo la stessa funzione che un tempo svolgeva il sangue, addensando la salsa e regalandole quella nota amara e profonda che bilancia la dolcezza delle verdure e l'acidità del vino. Non è un'invenzione recente, ma una soluzione tramandata di famiglia in famiglia proprio per sostituire un ingrediente sempre più difficile da procurarsi.

ANEDDOTO 2 — LA LEPRE, IL CINGHIALE E IL CACAO COME LEGANTE

Lo spezzatino di cinghiale al cioccolato segue lo stesso principio: la carne marina 24 ore in vino rosso, alloro, aglio, ginepro e pepe, viene poi rosolata con un soffritto di carota, sedano e cipolla e cotta a fuoco lento per circa due ore, fino a sciogliersi quasi al tocco. Il cioccolato fondente, aggiunto alla fine, "chiude" la salsa rendendola vellutata e intensifica il carattere selvatico della carne invece di mascherarlo. È un principio che gli chef contemporanei hanno portato anche in cucine stellate: lo chef Massimo Bottura, per esempio, ha proposto una rilettura del civet di lepre con cioccolato criollo al 70%, schiuma di caffè e polveri aromatiche — la stessa logica gastronomica delle nonne piemontesi, riletta in chiave contemporanea.

ANEDDOTO 3 — L'ULTIMA BOTTEGA CHE TAGLIA I GIANDUIOTTI A MANO

Il gianduiotto nacque nel 1865, distribuito al pubblico durante il Carnevale torinese dalla maschera di Gianduja: fu il primo cioccolatino della storia a essere incartato singolarmente, in carta dorata o argentata. Agli inizi la lavorazione era interamente manuale: le "cicolatère" — donne specializzate nella tempera e nel taglio del cioccolato — impastavano la massa di gianduia a mano, la lavoravano con due coltelle (una grande, una più piccola) fino a raggiungere la giusta viscosità, e infine la "scodellavano" dando vita, con un gesto secco di taglio, alla caratteristica forma a spicchio triangolare. Oggi la quasi totalità della produzione, anche artigianale, avviene per estrusione: la pasta viene colata attraverso un beccuccio su un nastro e poi tagliata meccanicamente in pezzi regolari. Solo pochissimi laboratori in tutto il Piemonte conservano ancora il taglio interamente manuale: tra questi, la Ballesio Cioccolato di Leinì, che produce ancora oggi gianduiotti tagliati a mano uno per uno, ciascuno leggermente diverso dall'altro — proprio come accadeva nelle botteghe ottocentesche, prima che la meccanizzazione rendesse il gianduiotto perfettamente identico a sé stesso in ogni confezione.

ANEDDOTO 4 — PERCHÉ PROPRIO QUELLA FORMA?

La forma a "barchetta rovesciata" o a "lingotto triangolare" del gianduiotto non è un capriccio estetico, ma il risultato diretto della tecnica di lavorazione originaria: nelle botteghe ottocentesche, per dare forma al cioccolatino, si dava un "colpo di coltella" alla pasta densa di gianduia ancora calda, che si rapprendeva istantaneamente in quella sagoma a tre facce, irregolare e angolosa. Il burattinaio torinese Giovanni Battista Sales notò che il profilo del cioccolatino ricorda anche l'ala del tricorno della maschera di Gianduja — un dettaglio che, vero o leggendario, ha contribuito a fissare per sempre quella forma come simbolo della città. Fu anche, non a caso, la prima forma di cioccolatino pensata apposta per essere incartata singolarmente: le tre facce piatte permettevano un avvolgimento rapido ed efficiente nella stagnola dorata, una vera innovazione industriale per il 1865.

Dove andare
Le tappe della passeggiata
01
Ballesio Cioccolato
Leinì (TO), una delle ultime botteghe a tagliare
02
A. Giordano Cioccolato (dal 1897)
Piazza Carlo Felice, Torino,
03
Langhe (CN)
territorio del civet tradizionale di lepre e cinghiale
04
Osterie storiche delle Langhe
luoghi dove il civet con cioccolato

Per approfondire

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