Chiudiamo il nostro ciclo dedicato alle montagne con una storia che si distingue da tutte le precedenti: non una conquista alpinistica, ma una storia di salvataggio. Il Gran Paradiso, 4.061 metri, è l'unico "quattromila" interamente in territorio italiano — e il parco nazionale che porta il suo nome, il primo istituito in Italia, esiste solo grazie a una passione venatoria che, paradossalmente, finì per salvare la specie che cacciava.
Nel 1850 il giovane Vittorio Emanuele II — non ancora Re d'Italia, allora solo Re di Sardegna — fu incuriosito dai racconti del fratello Ferdinando, che durante una visita alle miniere di Cogne si era dedicato alla caccia in zona. Decise di percorrere personalmente le valli, partendo da Champorcher, valicando a cavallo la Fenêtre omonima e scendendo fino a Cogne: lungo il tragitto uccise sei camosci e il suo primo stambecco. Colpito dall'abbondanza di fauna selvatica, decise di costituire in quelle valli una vera e propria Riserva Reale di Caccia — ma per realizzarla servirono anni di trattative, durante i quali i funzionari di Casa Savoia dovettero stipulare centinaia di contratti con le comunità locali per i diritti di caccia sui rispettivi territori.
Nel 1856 Vittorio Emanuele II dichiarò ufficialmente Riserva Reale di Caccia le montagne del Gran Paradiso, con un obiettivo dichiarato: salvare lo stambecco delle Alpi, ridotto in quegli anni a poche centinaia di esemplari — scomparso ormai da tutto il resto dell'arco alpino europeo, francese, svizzero, austriaco e sloveno, e sopravvissuto solo in quest'area. Da quel momento solo il re e la famiglia reale ebbero il diritto di cacciarlo. Il sovrano formò un corpo di guardie specializzate e fece costruire, tra il 1861 e il 1874, una rete di quasi trecento chilometri di mulattiere attraverso Valsavarenche, Valle di Cogne e Valle di Champorcher — infrastruttura tuttora in gran parte percorribile, diventata oggi l'ossatura principale dei sentieri escursionistici del parco. Lungo il percorso furono costruite cinque "case di caccia reali" a circa 2.000-2.200 metri di quota — Orvieille, il Lauson (oggi rifugio Vittorio Sella), Dondena, il Gran Piano di Noasca e i piani del Nivolet (oggi rifugio Savoia) — convertite oggi quasi tutte in rifugi alpini.
L'interesse venatorio dei sovrani sabaudi proseguì con Umberto I e Vittorio Emanuele III — quest'ultimo protagonista, in una sola battuta di caccia, dell'abbattimento di ben quarantadue stambecchi in un solo giorno, un numero che oggi suona quasi grottesco rispetto alla filosofia conservazionista che il parco avrebbe poi abbracciato. L'ultima caccia reale si svolse nel 1913. Sette anni dopo, nel 1920, lo stesso Vittorio Emanuele III donò allo Stato italiano i 2.100 ettari della riserva, ponendo come condizione esplicita che si considerasse l'istituzione di un vero parco nazionale per la protezione di flora e fauna alpina. Il 3 dicembre 1922, nei primi giorni del governo Mussolini, fu firmato il decreto che istituì ufficialmente il Parco Nazionale del Gran Paradiso — il primo d'Italia, fondato sul principio, allora rivoluzionario per la legislazione italiana, di vietare integralmente caccia e pesca all'interno del proprio perimetro.
Il momento più drammatico nella storia del parco arrivò proprio nei decenni successivi alla sua fondazione: con il licenziamento delle guardie locali, lo svolgimento di manovre militari all'interno dell'area protetta e infine la Seconda guerra mondiale, la popolazione di stambecchi precipitò fino a soli 400-416 esemplari nel 1945 — un numero pericolosamente vicino all'estinzione totale della specie in Europa. Fu il veterinario Renzo Videsott, nominato Commissario Straordinario del parco, a guidarne la rinascita: nel 1947, grazie al decreto del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, l'area protetta passò sotto la gestione di un ente autonomo dedicato. L'anno successivo, nel 1948, lo stesso Videsott fondò nel Castello di Sarre la prima associazione ambientalista della storia italiana, la Federazione Nazionale Pro Natura. Oggi la popolazione di stambecchi del Gran Paradiso supera i 2.700 esemplari: da questo nucleo sopravvissuto, attraverso reintroduzioni successive, la specie si è ripopolata su gran parte dell'intero arco alpino europeo — un caso di conservazione che la comunità scientifica internazionale cita ancora oggi come esempio di successo.
• Ceresole Reale (TO) — porta piemontese del parco, comune più alto della Valle Orco • Noasca (TO) — Valle Orco, area di caccia storica del re • Rifugio Vittorio Sella — ex casa di caccia del Lauson, Valnontey • Castello di Sarre (Valle d'Aosta) — sede della prima associazione ambientalista italiana, fondata da Renzo Videsott nel 1948
RIEPILOGO — CICLO MONTAGNE COMPLETATO Con questa puntata si chiude il ciclo dedicato alle montagne piemontesi (e non solo): Monviso (58), Monte Bianco (59), Monte Rosa (60), Capanna Margherita (61) e Gran Paradiso (62) — cinque storie diversissime tra loro, dalla leggenda alla scienza, dalla conquista alla conservazione.