Nella Puntata 65 abbiamo raccontato il "treno del sole" e gli operai meridionali che riempirono Mirafiori. C'è un capitolo parallelo della stessa storia, meno raccontato ma altrettanto vero: quello che accadde in campo, alla Juventus, dove lo stesso identico fenomeno migratorio si ripeté in versione "di lusso" — calciatori partiti dal sud quanto i loro tifosi, diventati però simboli sportivi proprio grazie a quell'origine condivisa.
Negli anni Settanta la Juventus si costruì attorno a una rosa che rispecchiava quasi esattamente la geografia dell'emigrazione interna italiana verso Torino: siciliani come Pietro Anastasi e Giuseppe Furino (nato a Palermo, cresciuto in Campania), pugliesi come Franco Causio, sardi come Franco Cuccureddu e Massimo Virdis, calabresi come Aldo Longobucco, fino a Claudio Gentile, nato addirittura in Libia — "quasi straniero", come si disse all'epoca, "quindi a sud del nostro sud". Lo stesso Pietro Anastasi raccontò in un'intervista, divenuta celebre tra gli storici del calcio, il rapporto speciale che si creò con i tifosi meridionali della città: "Per i tanti lavoratori che venivano dal Sud e che si facevano il mazzo in fabbrica sono diventato un simbolo, anzi ero uno di loro, quello che aveva avuto la buona sorte di giocare a pallone. Ricordo che mi fermavano fuori dello stadio e mi dicevano di farmi valere anche per loro. Mi rendeva orgoglioso". Un calciatore guadagnava certamente più di un operaio, ma agli occhi di chi veniva dalla stessa terra, aveva semplicemente fatto lo stesso identico viaggio — lasciare casa per trovarne un'altra a Torino — solo con un pallone tra i piedi invece che con gli attrezzi da fabbrica.
Se Anastasi rappresentò l'identificazione diretta tra calciatore e tifoso meridionale, Gaetano Scirea — capitano della Juventus, nato in realtà a Cernusco sul Naviglio, ma figlio di un padre siciliano emigrato a sua volta a Milano per lavorare alla Pirelli — incarnò quella stessa solidarietà in una forma più intima e privata. La moglie Mariella ha raccontato, in un'intervista radiofonica per il trentennale della scomparsa del marito, un'abitudine che si ripeteva quasi ogni settimana: "Allora non c'erano i telefonini. Lui prendeva i tifosi in via Filadelfia e chiedeva loro da dove arrivassero: tanti venivano dalla Sicilia o da lontano. Chiedeva dove andavano a mangiare e diceva loro: 'Seguitemi con la macchina'". Arrivato a casa, Scirea suonava il campanello e diceva semplicemente "Ciao amore" — al che Mariella, ormai abituata, rispondeva "Quanti siete?", prima di mettersi a cucinare per sconosciuti arrivati da centinaia o migliaia di chilometri. Quando lei gli chiedeva perché lo facesse, la risposta di Gaetano era sempre la stessa: "Mariella, questi signori hanno compiuto mille chilometri per vedere la Juve".
Il fenomeno non fu casuale, ma una vera strategia, consapevolmente o meno, della dirigenza juventina dell'epoca: secondo gli storici del club, fu lo stesso presidente Giampiero Boniperti a intuire che portare calciatori meridionali in bianconero "funzionava" tanto per la FIAT quanto per la squadra, rendendola sempre più vicina alla nuova composizione demografica della città. Gli studi sociologici sul tifo italiano hanno confermato questa lettura: la tifoseria juventina ebbe un secondo, esplosivo incremento proprio nel secondo dopoguerra grazie agli immigrati meridionali arrivati a Torino per il lavoro in fabbrica, al punto da far considerare la Juventus, ancora oggi, un autentico "simbolo d'integrazione sociale" — l'unica squadra italiana capace di avere, secondo gli studiosi, una vera e propria dimensione "nazionale" del proprio tifo, distribuito in modo omogeneo su tutto il territorio italiano invece che concentrato attorno alla propria città.
• Via Filadelfia, Torino — già Puntata 7, luogo dove Scirea incontrava i tifosi in trasferta • Vecchio Stadio Comunale, Torino — sede storica delle partite raccontate in questa puntata • Mirafiori — già Puntate 23 e 65, quartiere di insediamento degli operai meridionali tifosi