Sì, c'è una connessione — ed è una delle più clamorose della storia editoriale italiana del Novecento. Già nella Puntata 35 avevamo scoperto che Cesare Pavese era stato insegnante di Primo Levi al Liceo D'Azeglio. Quello che non avevamo ancora raccontato è cosa accadde anni dopo, quando i loro destini si incrociarono di nuovo — questa volta su un manoscritto che rischiò di non vedere mai la luce.
Nel 1947, reduce dall'esperienza di Auschwitz, Primo Levi consegnò alla casa editrice Einaudi di Torino il manoscritto di quello che sarebbe diventato "Se questo è un uomo", intitolato all'origine "I sommersi e i salvati". Il testo arrivò sul tavolo di Cesare Pavese, allora editor di punta della casa editrice, il quale emise un verdetto che la storia avrebbe ricordato come uno dei giudizi letterari più sbagliati del Novecento italiano: "Non è il momento di pubblicare un libro come questo. Ne sono usciti troppi sull'argomento". A confermare il rifiuto fu Natalia Ginzburg, allora giovane consulente editoriale, che lesse il manoscritto velocemente e diede ragione a Pavese — salvo poi, decenni dopo, definire pubblicamente se stessa e i propri colleghi "colpevoli imbecilli" per quella decisione.
Respinto da Einaudi, Levi non si arrese: affidò il manoscritto a un amico, Silvio Ortona, che lavorava per un giornale comunista di Vercelli — la stessa città già raccontata nella Puntata 38 per il riso Venere e nella Puntata 45 per le rane delle risaie. Fu così che, il 31 maggio 1947, i primi cinque capitoli del libro apparvero sull'"Amico del Popolo", il settimanale della Federazione del PCI vercellese, accanto ai comunicati sindacali e agli elenchi di scioperi. I primissimi lettori della testimonianza di Levi, prima ancora di qualunque critico letterario, furono dunque operai e mondine del Vercellese — un dettaglio che racconta, meglio di mille analisi, quanto fosse imprevedibile il percorso che avrebbe portato quel testo a diventare un classico mondiale.
Fu Franco Antonicelli — già incontrato in questa rubrica nella Puntata 35 tra i nomi della formazione antifascista del Liceo D'Azeglio — a credere nel manoscritto attraverso la propria piccola casa editrice De Silva, pubblicandolo nell'autunno 1947 in appena 2.500 copie. Fu lui stesso, su suggerimento del futuro saggista Renzo Zorzi (curatore, non a caso, della rivista "Comunità" di Adriano Olivetti, già raccontato nella Puntata 48), a cambiare il titolo originale "I sommersi e i salvati" nell'attuale "Se questo è un uomo", ispirato alla preghiera ebraica dello Shemà che apre il libro. L'accoglienza fu fredda — molte delle 2.500 copie restarono invendute, e una parte del magazzino fu distrutta dall'alluvione del 1966 — fatta eccezione per una recensione entusiastica di Italo Calvino sull'Unità, che lo definì "il più bel libro testimonianza sulla Shoah".
Quello che rende la vicenda ancora più amara è che il rifiuto non fu isolato: quando Levi, divenuto nel frattempo traduttore scientifico per Einaudi, ripropose il libro alla casa editrice torinese nei primi anni Cinquanta — ormai Pavese era morto, suicida, nel 1950, nello stesso Hotel Roma di Piazza Carlo Felice già raccontato nella Puntata 15 — il manoscritto fu respinto di nuovo. Solo nel 1958, undici anni dopo il primo "no", Einaudi pubblicò finalmente "Se questo è un uomo" nella propria collana di saggistica, accompagnato da uno scritto di Calvino. Questa volta il successo fu immediato e duraturo: il libro avrebbe venduto, nei decenni successivi, oltre un milione e mezzo di copie, tradotto in quasi trenta lingue — diventando uno dei testi fondamentali della letteratura mondiale sulla Shoah, esattamente quel libro che Pavese, undici anni prima, aveva giudicato superfluo.
• Sede storica Einaudi, Torino — luogo del doppio rifiuto editoriale (1947 e primi anni '50) • Corso Re Umberto 75, Torino — già Puntata 35, casa di Primo Levi • Liceo D'Azeglio, Torino — già Puntate 15 e 35, dove Pavese fu insegnante di Levi • Hotel Roma (oggi Caffè Roma già Talmone), Piazza Carlo Felice, Torino — già Puntata 15, luogo della morte di Pavese nel 1950