Sì, i cocktail piemontesi esistono — anzi, senza un'invenzione torinese del 1786, gran parte della mixology italiana e mondiale non esisterebbe affatto nella forma che conosciamo. Alla base di praticamente ogni grande classico dell'aperitivo italiano c'è un solo ingrediente, nato in una bottega torinese più di due secoli fa: il Vermouth di Torino.
Già raccontato in questa rubrica attraverso la storia del Caffè Elena (Puntata 4), il Vermouth fu messo a punto nel 1786 da Antonio Benedetto Carpano, erborista di origini biellesi, che ebbe l'intuizione di fortificare un vino bianco piemontese con un'infusione di erbe officinali — tra cui obbligatoriamente l'assenzio, da cui il nome stesso deriva, riadattamento del tedesco "Wermut". Va detto, per correttezza storica, che Carpano non "inventò" dal nulla il principio del vino aromatizzato — già Ippocrate amava il vino alle erbe, e in Germania si preparava qualcosa di simile fin dal Seicento — ma fu il primo a industrializzarne la produzione su scala commerciale, decretandone il successo mondiale. Oggi il Vermouth di Torino è un'Indicazione Geografica Protetta dal 2017, riconosciuta in tutto il mondo, prodotta da marchi storici come Martini, Cinzano, Carpano e Gancia.
Il Mi-To unisce semplicemente, in parti uguali su ghiaccio, il Vermouth rosso di Torino e il Bitter Campari di Milano — nato nel 1860 dall'altra parte della pianura padana, a opera di Gaspare Campari, che si era recato proprio a Torino per imparare l'arte dei liquori prima di tornare a Milano e mettere a punto la propria ricetta. L'origine esatta del Mi-To resta incerta: alcune fonti romantiche la collegano alla storica gara ciclistica Torino-Milano (dal 1876) o all'apertura della prima autostrada italiana tra le due città nel 1932, ma la prima codifica scritta del cocktail appare solo nel 1936, nel libro "Mille Misture" di Elvezio Grassi — più di mezzo secolo dopo che i due ingredienti separati erano già diffusi nei caffè del Nord Italia.
Nonostante il nome, l'Americano — Vermouth, Bitter e soda — è nato in Italia, ed esattamente a Torino: la prova più solida arriva da una monografia del 1906 scritta da Arnaldo Strucchi, a lungo enologo della Casa Gancia, che già descriveva una miscela praticamente identica all'Americano moderno. La leggenda secondo cui il nome deriverebbe dalla vittoria del pugile Primo Carnera sull'americano John Shirley nel 1933 al Madison Square Garden è quindi cronologicamente impossibile: il cocktail esisteva già da decenni. La spiegazione più plausibile è invece legata allo "stile di bere americano", l'usanza diffusasi da oltreoceano di consumare distillati allungati con la soda. Negli anni Trenta, sotto il regime fascista, l'Americano divenne il cocktail per eccellenza della "politica autarchica", celebrando l'incontro tra due eccellenze tutte italiane; decenni dopo, nel 1953, lo scrittore Ian Fleming lo rese ancora più celebre facendolo sorseggiare a James Bond nel primo romanzo della serie, "Casino Royale".
⚠️ Qui va fatta una precisazione onesta: il Negroni — la versione "robusta" dell'Americano, con il gin al posto della soda — non nacque in Piemonte ma a Firenze, per volontà del conte Camillo Negroni, secondo la tradizione più diffusa. Il Piemonte, tuttavia, resta uno dei due genitori indispensabili di questo cocktail diventato uno dei più bevuti al mondo: senza il Vermouth di Torino, semplicemente, il Negroni non esisterebbe nella forma che conosciamo — un contributo "di sostanza", anche se non "di nascita".
• Caffè Elena, Torino — già Puntata 4, legato alla storia del vermouth • Museo del Vermouth di Torino — Consorzio del Vermouth di Torino, eventi e degustazioni in città • Salone del Vermouth — evento annuale dedicato al prodotto, Torino e provincia