«S. Stefano fu il luogo della sua memoria e immaginazione; il luogo reale della sua vita, per quarant'anni, fu Torino», scrisse di lui Armanda Guiducci. Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 – Torino, 1950) ha diviso la propria esistenza, e la propria scrittura, tra queste due geografie opposte: le colline delle Langhe dove tornava ogni estate da bambino, e i caffè eleganti del centro di Torino dove visse da adulto. Alcuni dei luoghi che abbiamo già attraversato in questa rubrica — il Caffè Fiorio, il Caffè Elena, l'edificio di Piazza Carlo Felice oggi noto come Caffè Roma già Talmone — sono in realtà anche luoghi pavesiani.
Santo Stefano Belbo è lo scenario reale dietro l'ultimo romanzo di Pavese, pubblicato nel 1950: la storia di Anguilla, tornato dall'America dopo anni per ripercorrere il proprio passato. Quasi ogni luogo del libro corrisponde a un luogo realmente esistente, spesso con un piccolo scarto narrativo: l'Albergo dell'Angelo dove soggiorna Anguilla, per esempio, esisteva davvero in paese, ma quello dove soggiornava realmente Pavese era un altro, La Posta, il cui balcone — lo stesso da cui Anguilla osserva la festa patronale di San Rocco nel romanzo — si affaccia sulla piazza centrale. Il personaggio di Nuto, il falegname amico d'infanzia di Anguilla, è ispirato a una persona reale, Pinolo Scaglione, figlio del falegname del paese, che Pavese conobbe da bambino e a cui rimase legato per tutta la vita: quando Scaglione andava a trovarlo nei momenti di sconforto, Pavese lo accoglieva dicendo "Benvenuto! Non potevo ricevere in questo momento visita più gradita" — gioco di parole sul vero nome di Pinolo, abbreviazione di Benvenuto. La collina della Gaminella, descritta nel romanzo come "un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive", e quella del Salto, sono le due alture reali che fiancheggiano Santo Stefano Belbo ai lati del torrente Belbo.
Un dettaglio curioso lega le Langhe pavesiane proprio a Torino: dalla collina di Moncucco, punto panoramico di Santo Stefano Belbo descritto ne "I mari del Sud", nelle notti serene si scorge in lontananza un piccolo bagliore intermittente. È il riflesso del faro della statua della Vittoria Alata sul Monte dei Cappuccini a Torino — alta 18 metri e mezzo, con un'epigrafe di Gabriele D'Annunzio, dono di Giovanni Agnelli nel 1928 — che compare proprio nei versi che aprono "Lavorare stanca", la prima raccolta poetica di Pavese: un filo luminoso, letterale, tra le due geografie della sua vita.
A Torino, dove abitò dal 1930 al 1950 in via Lamarmora, Pavese frequentava abitualmente i caffè storici del centro: il Caffè Fiorio in via Po — già raccontato nella Puntata 2, dove l'avevamo incontrato come "caffè dei codini" frequentato dalla nobiltà ottocentesca — e il Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto, già citato nella Puntata 4 come luogo dove Giuseppe Carpano perfezionò la ricetta del vermouth: per Pavese, decenni dopo, fu invece uno dei suoi tavoli abituali di scrittura. Tra le sue osterie preferite, "Le Tre Galline" resta un'istituzione cittadina ancora oggi. Frequentava anche il Liceo D'Azeglio, dove conobbe la cerchia di intellettuali antifascisti che ne avrebbe segnato il destino — Leone Ginzburg, Massimo Mila, Giulio Einaudi — dando origine al sodalizio con la casa editrice Einaudi che avrebbe definito tutta la sua vita professionale.
Il 27 agosto 1950 Pavese si tolse la vita in una camera dell'Hotel Roma, in Piazza Carlo Felice, di fronte ai giardini Sambuy. Sul tavolino della stanza 346 fu trovato un volume dei "Dialoghi con Leucò" e un messaggio: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". L'edificio che ospitava l'Hotel Roma è lo stesso, in Piazza Carlo Felice 36, che oggi conosciamo come Caffè Roma già Talmone — raccontato nella Puntata 5 per la sua storia di caffetteria del cioccolato fondata da Michele Talmone: stesso indirizzo, due storie completamente diverse sovrapposte nello stesso luogo.
⚠️ Nota di sensibilità: questo è un tema che riguarda un suicidio reale. Se ne parla qui in chiave storico-letteraria, senza entrare in dettagli ulteriori rispetto a quanto già ampiamente documentato e pubblico da 75 anni nella critica letteraria italiana.