Rubrica · Piemonte Nascosto
Puntata 33 di 62

I PORTICI DI TORINO E PIAZZA VITTORIO A ROMA: L'EREDITÀ PIEMONTESE CHE NON ATTECCHÌ

Torino centro, Roma (quartiere Esquilino)
I PORTICI DI TORINO E PIAZZA VITTORIO A ROMA: L'EREDITÀ PIEMONTESE CHE NON ATTECCHÌ

Quando la capitale d'Italia si trasferì da Torino a Roma nel 1871, gli architetti piemontesi che seguirono la corte sabauda portarono con sé un'idea precisa di città: quella scandita dai portici, simbolo urbanistico della Torino capitale. Provarono a trapiantarla anche a Roma. Il risultato è una delle piazze più amate e più "non romane" della capitale.

ANEDDOTO 1 — 18 CHILOMETRI DI ARCATE NATE PER PROTEGGERE I RE DALLA PIOGGIA

Torino conta oggi 18 chilometri di portici, di cui 12 in sviluppo continuo: il primato assoluto in Europa per superficie pedonale coperta. La storia comincia nel 1606, con l'ordinanza di Carlo Emanuele I di Savoia per la sistemazione di Piazza Castello su progetto di Ascanio Vittozzi; prosegue nel Seicento con via Po, voluta da Vittorio Amedeo II proprio per permettere alla famiglia reale di raggiungere comodamente, anche sotto la pioggia, il fiume e la Chiesa della Gran Madre già raccontata nella Puntata 11. Una curiosità ancora viva nel linguaggio dei torinesi: poiché Vittorio Emanuele I fece coprire solo il lato sinistro della via per il proprio comodo, i due marciapiedi di via Po sono ancora oggi distinti popolarmente come "portici del re" (o "della pioggia") da una parte, e "lato del popolo" (o "del sole") dall'altra — un dettaglio urbanistico che racconta, meglio di molti trattati di storia, come i portici fossero nati prima di tutto per comodità della corte, non dei cittadini.

ANEDDOTO 2 — IL TRASLOCO DI UN'IDEA URBANISTICA: DA TORINO A ROMA

Quando Roma divenne capitale nel 1871, l'Esquilino — all'epoca ancora dominato da ville nobiliari e tenute agricole — fu scelto per un ambizioso piano di espansione urbana, vicino alla nuova stazione Termini. Gli architetti "piemontesi" coinvolti nel progetto, primo fra tutti Gaetano Koch, portarono con sé l'eredità urbanistica torinese: alti portici colonnati, pensati per dare un'idea di monumentalità alla nuova capitale, esattamente come era già avvenuto a Torino. Lo storico dell'urbanistica Italo Insolera, nel suo celebre "Roma moderna", raccontò però come il tentativo fallisse quasi ovunque: un po' per il clima romano, troppo diverso da quello subalpino, un po' perché a Roma quella tradizione architettonica era semplicemente sconosciuta. I portici non attecchirono in città, restando confinati a poche eccezioni: piazza della Repubblica, l'area di Ponte Sisto, e soprattutto Piazza Vittorio Emanuele II — ancora oggi, tra i romani, semplicemente "Piazza Vittorio".

ANEDDOTO 3 — LA PIAZZA "PIEMONTESE" DI ROMA: 280 COLONNE E UN QUARTIERE INTERO

Inaugurata ufficialmente nel 1882, Piazza Vittorio Emanuele II è ancora oggi la più vasta di Roma: 325 metri di lunghezza per 184 di larghezza, completamente circondata da portici sorretti da 280 colonne di ordine tuscanico. La sensazione di trovarsi in una piazza "non romana" non è un'impressione soggettiva: studi di storia urbana hanno osservato esplicitamente come l'impostazione complessiva, porticata su tutti i lati, "ricordi le piazze torinesi più che quelle romane". Non a caso, nell'Ottocento quella zona dell'Esquilino era conosciuta informalmente come il "quartiere piemontese", abitato in gran parte dagli impiegati della burocrazia sabauda che la casa regnante si era portata dietro nel trasloco della capitale da Torino a Roma — funzionari, segretari, tecnici che per primi popolarono i nuovi palazzi affacciati su quei portici di ispirazione subalpina.

ANEDDOTO 4 — UN DESTINO DIVERSO PER LE DUE PIAZZE GEMELLE

Curiosamente, anche a Torino esiste una grande piazza neoclassica porticata intitolata a un sovrano sabaudo — Piazza Vittorio Veneto, già "Piazza Vittorio Emanuele I", progettata dall'architetto ticinese Giuseppe Frizzi a partire dal 1825 — quasi un'omonima ideale della piazza romana realizzata sessant'anni dopo. Ma il destino delle due "Piazze Vittorio" si è separato nel tempo: quella torinese è rimasta un salotto elegante, sede di passeggiate e caffè storici come il Fiorio già raccontato nella Puntata 2; quella romana, complice il grande mercato all'aperto nato spontaneamente sotto i suoi portici fin dalla fine dell'Ottocento — lo stesso che compare nelle pagine di Gadda e nei fotogrammi di "Ladri di biciclette" di De Sica — è diventata negli ultimi decenni il cuore del quartiere multietnico più vivace della capitale, fino a dare il nome, nel 2002, all'Orchestra di Piazza Vittorio. Due piazze nate dalla stessa idea urbanistica piemontese, diventate negli anni il simbolo di due città profondamente diverse.

DOVE ANDARE — RIEPILOGO TAPPE

• Piazza Castello, Torino — portici più antichi della città (primi anni del Seicento) • Via Po, Torino — "portici del re" e "lato del popolo", già Puntata 2 (Caffè Fiorio) • Piazza Vittorio Veneto, Torino — già Puntata 11, progetto di Giuseppe Frizzi (1825) • Piazza Vittorio Emanuele II, Roma — quartiere Esquilino, progetto di Gaetano Koch (1882) • Nuovo Mercato Esquilino, Roma — erede del mercato storico nato sotto i portici della piazza

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