Piazza San Carlo è il "salotto di Torino", voluta da Maria Cristina di Francia con la nostalgia delle piazze parigine. Da qui a Piazza Carlo Felice, davanti alla stazione di Porta Nuova, si snoda uno dei tratti più ricchi di storie minute della città: un toro di bronzo da calpestare per buona sorte, un caffè dove i torinesi impararono a bere il cioccolato durante il Risorgimento, e botteghe che hanno attraversato indenni un secolo di guerre e ristrutturazioni.
Sotto i portici di Piazza San Carlo, proprio davanti al Caffè Torino, c'è un piccolo bassorilievo in bronzo raffigurante un toro rampante, incassato nella pavimentazione. Fu collocato lì nel 1930 in onore di San Carlo Borromeo, ma la tradizione popolare gli ha attribuito tutt'altro significato: calpestare gli attributi del toro porterebbe fortuna — un'usanza che, secondo alcune ricostruzioni, risalirebbe addirittura ai tifosi del Grande Torino, che la praticavano come rito scaramantico prima delle partite. Il bronzo, ormai consumato dall'usura di decenni di torinesi e turisti che lo calpestano, è oggi uno dei simboli più fotografati della città — pochi sanno che il Caffè Torino davanti a cui si trova apre nel 1903 come "café d'la Sacrestia", soprannome dovuto alla sua posizione addossata al convento dei Padri Serviti della chiesa di San Carlo, prima di trasferirsi nella sede attuale nel 1934 a causa dei lavori di rifacimento di via Roma in epoca fascista.
In Piazza Carlo Felice 36, a due passi dalla stazione di Porta Nuova, il Caffè Roma già Talmone custodisce una storia industriale tra le più affascinanti della città. Michele Talmone fondò nel 1850 un piccolo laboratorio di lavorazione del cioccolato in Borgo San Donato, che divenne rapidamente un'impresa di scala industriale — fu tra i primi in Piemonte a importare e diffondere la lavorazione del cacao. La sua caffetteria per la degustazione dei prodotti, aperta nel 1883 in via Lagrange, si trasferì poi più volte (via Roma angolo via Cavour nel 1912, infine Piazza Carlo Felice nel 1936), assumendo via via il nome con cui è conosciuta ancora oggi. Si racconta che proprio qui Giovanni Giolitti facesse colazione prima di prendere il treno per Roma dalla vicina stazione. Pochi metri più in là, al civico 50 degli stessi portici, la Confetteria Avvignano (1883) conserva arredi del 1926 in lacche e dorature in oro zecchino, celebre per i suoi "Droneresi" e i "Baci di Cherasco" — un'altra delle tante dinastie dolciarie che hanno reso Torino la capitale italiana del cioccolato.